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“Gettare la divisa alle ortiche. In fuga dall’esercito del Duce”

Foto segnaletiche tratte dal fascicolo personale di un soldato arrestato nel 1941 per diserzione e deferito al Tribunale di guerra della 6° Armata di stanza nei balcani

Proponiamo la recensione di Corrado Stajano al libro di Mimmo Franzinelli “Disertori” (Ed. Mondadori) pubblicata sul Corriere della Sera del 3 aprile 2016

di Fondazione Salvemini Rossi | 4 aprile 2016

DisertoriMimmo Franzinelli in questo suo nuovo libro, Disertori(Mondadori), racconta, tra tante storie purtroppo vere della Seconda guerra mondiale una vicenda che ha per protagonista un generale, Luigi Chatrian: una pagina nera per quanti allora furono a capo dell’esercito italiano.

Gli Alleati il 10 luglio 1943 sono sbarcati in Sicilia, la resistenza italiana è inesistente, sporadica, i tedeschi si battono invece nella piana di Catania. Il 3 settembre, a Cassibile, vicino a Siracusa, viene firmato l’armistizio che resta segreto fino all’8 settembre. Il 5 settembre — gli Alleati sono già in Calabria — una ventina di soldati della 222ª Divisione costiera, in servizio a Intavolata, fuggono. Cinque di loro vengono catturati. Il colonnello Remo Ambrogi che comanda il reggimento, propone la fucilazione, il generale Chatrian ordina che sia immediata. Gli abitanti del paese vengono a saperlo e tumultuano, lanciano pietre contro le finestre della caserma, un cappellano militare cerca di convincere il generale a sospendere l’esecuzione, gli Alleati infatti stanno già avanzando senza intralci. L’8 settembre Chatrian ascolta alla radio il messaggio di Badoglio con tutta la sua vergognosa ambiguità, ma dissennatamente non cambia parere: l’ordine deve essere eseguito. E lo sarà nella notte fatale dell’armistizio già firmato da giorni e reso pubblico da ore.

Il generale Chatrian subirà conseguenze per il suo agire disumano, al di fuori di ogni disciplina militare che esige anch’essa il buon senso? Resterà tranquillamente nei quadri dell’esercito e farà anche carriera politica: nel dicembre 1944 diventerà uomo di governo democristiano, sottosegretario alla Guerra e poi alla Difesa in sei ministeri, senatore, presidente di commissione. Nelle inchieste e nei processi che verranno celebrati sulla strage la Magistratura militare starà bene attenta a non coinvolgerlo mai. «La nascita del Regno del Sud — scrive Franzinelli — preparata dalla fuga dei governanti, ha come viatico la fucilazione di cinque soldati-contadini». (Ai quali settant’anni dopo sarà dedicata una lapide tra il cimitero di Acquappesa, il luogo della fucilazione, e il mare di Calabria).

Tutto questo accadde in un’Italia dove i primi disertori furono i responsabili del disastro: il re, Badoglio, il futuro Umberto II, i generali coi loro aiutanti di campo che dopo l’armistizio fuggirono da Roma per imbarcarsi, a Ortona a mare, a calci e a spintoni sulla corvetta Baionetta diretta a Brindisi.

Il libro di Franzinelli è un catalogo ragionato del fenomeno della diserzione tra il 1940 e il 1945, ricco di una straordinaria documentazione tratta dagli archivi, dai diari storici dei reparti, dalle istruttorie, dalle sentenze dei tribunali, dai rapporti, dai bollettini di guerra, dagli innumerevoli studi, saggi, inchieste usciti in più di mezzo secolo. Disertori offre un’immagine della parossistica e spietata condotta di una certa autorità militare nei confronti di chi, per paura, per stanchezza, per il desiderio di tornare a casa, per odio contro la guerra, per ribellione alle vessazioni degli ufficiali, per amore di una donna e anche per valori ideali e politici violò il codice militare o parve che lo facesse. Quale fu la motivazione delle sentenze di condanna? Dare un esempio, anzitutto. Servì a poco, le diserzioni furono anche di massa dopo il 1942: duecentomila nel Regio Esercito, centomila nella Repubblica di Salò. (Le inchieste, le pratiche, le sentenze della magistratura militare, con la loro lentezza e la loro precaria intelligenza, proseguirono fino agli anni Sessanta, il tempo del centrosinistra).

Il libro smentisce ancora una volta lo slogan «italiani brava gente». In una circolare del 1° marzo 1942 il generale Mario Roatta ordinò di incendiare, nella provincia di Lubiana, case e villaggi, uccidere ostaggi, internare massicciamente la popolazione: «Non dente per dente, ma testa per dente», era il suo motto. E Mussolini, a Gorizia, il 31 luglio 1942, disse: «Non temo le parole. Sono convinto che al “terrore” dei partigiani si deve rispondere con il ferro e con il fuoco. Deve cessare il luogo comune che dipinge gli italiani come sentimentali incapaci di essere duri quando occorre. Questa tradizione di leggiadria e tenerezza soverchia va interrotta».

I comportamenti nei confronti dei nostri disertori — fenomeno che riguarda tutti gli eserciti del mondo — seguirono le stesse direttive. Il libro di Franzinelli è ricco di fatti non conosciuti, di vicende tragiche pubbliche e private, di personaggi. Franco Monicelli, giornalista, sceneggiatore, fratello del celebre regista della Grande guerra, fu condannato a due mesi e venti giorni di reclusione e alla rimozione del grado, accusato di «diserzione fuori della presenza del nemico» per un ritardo dalla licenza nel 1943, dovuto ai bombardamenti che avevano interrotto le linee ferroviarie. Paolo De Mitri, diciottenne studente di Taranto, in Russia con lo Csir, si innamora di Nina, studentessa di medicina a Dnjepropetrowsk. Tiene un diario, Mia vita d’amore, diserta, non può star lontano da lei. Arrestato, questa volta il giudice non infierisce sul «soldato preso da morboso amore per una giovane donna ucraina»: dieci anni di reclusione da scontare e l’immediato ritorno al fronte.

Disertori fa da specchio oscuro alle iniquità della Seconda guerra mondiale. Dalla Dalmazia invasa dal Corpo d’armata autotrasportabile, alla guerra di Grecia, allo Csir e all’Armir e alla ritirata di Russia fino alla Repubblica di Salò: delle quattro divisioni repubblichine formate nei lager nazisti non furono pochi i disertori che salirono in montagna coi partigiani.

Enzo Forcella e Alberto Monticone pubblicarono (da Laterza) nel 1968 Plotone d’esecuzione, un rigoroso saggio sui processi della Prima guerra mondiale. Bastava nulla allora per finire davanti ai plotoni di esecuzione. Ma anche nella Seconda guerra mondiale, documenta questo libro, le fucilazioni nella schiena non furono poche.

Corrado Stajano

Pubblicato su Il Corriere della Sera del 3 aprile 2016