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Delitto Rosselli, quando Salvemini difese Di Vittorio

Il 9 giugno 1937 i due fratelli cadono vittime di un agguato fascista. Diciotto anni dopo, a Firenze compaiono manifesti che indicano nel leader Cgil il mandante dell’assassinio. Della riprovazione causata dal volgare attacco si fa interprete lo storico

di Fondazione Salvemini Rossi | 7 luglio 2016

Il 9 giugno 1937 Carlo e Nello Rosselli cadono vittime, in Francia, di un agguato fascista. Diciotto anni più tardi, il 2 novembre 1955, Firenze viene tappezzata durante la notte da manifesti che, con intenti provocatori, accusano Giuseppe Di Vittorio di essere stato il mandante dell’assassinio. Della vasta riprovazione suscitata dal volgare attacco al segretario confederale si fa interprete Gaetano Salvemini con una lettera su Il Mondo (1). “Quel giornale murale – scrive Salvemini, fra l’altro professore di Nello nell’università del capoluogo toscano – è stato affisso dopo aver ottenuto il visto del signor questore di Firenze. Io presento ora al signor questore la seguente rispettosa domanda: se dei comunisti gli chiedessero il visto per un giornale murale in cui fosse affermato che Cesare Battisti fu impiccato da un boia che si chiamava Alcide De Gasperi, o che il ministro Scelba non può avere a tiro di mano una ragazza senza farle fare un figlio entro nove mesi, il sullodato signor questore darebbe l’autorizzazione?”.

Ebbene, prosegue il grande storico, “il comunista Di Vittorio non ha diritto di essere rispettato nel suo onore non meno di De Gasperi buonanima, e di Scelba, che Dio gli dia cent’anni di buona salute? Se vi fosse in Italia libertà di stampa incondizionata, cioè se ognuno potesse appiccicare sui muri i giornali murali che meglio crede, il questore di Firenze non ci entrerebbe né punto né poco. Nel caso in questione penseremmo noi, amici di Carlo e Nello Rosselli, o penserebbe Di Vittorio, a mettere le cose a posto […]. Ma in Italia la libertà di affissione non c’è; il questore deve dare il suo visto ai giornali murali […]. Ho aspettato che qualcuno protestasse prima di me e mi risparmiasse la fatica di scrivere questa lettera. Ma visto che nessuno si muove, consenti, caro Pannunzio, che almeno su Il Mondo qualcuno dia segno di vita”.

L’indignazione pressoché generale per l’ennesimo nuovo esempio di malcostume politico costringe il ministro degli Interni a intervenire, facendo sequestrare il manifesto. Di Vittorio ringrazia Salvemini per il suo pungente intervento e ne segue tra i due uomini un affettuoso scambio di lettere. Così l’anziano antifascista risponde a una delle missive speditegli dal leader della Cgil: “Carissimo Di Vittorio, sono assai contento di apprendere dalla tua lettera che tu attendevi la mia sfuriata. Questo vuol dire che mi ritieni ancora vivo, sebbene io mi senta ormai più che quasi morto. Per scrivere bisogna che io sia preso da un eccesso epilettico, e questo ormai succede più raramente che ‘quando ero paggio del Duca di Norfolk’. Ma quella bricconata fiorentina mi avrebbe dato un attacco epilettico coi fiocchi anche se fossi stato morto e sotterrato. Tu dovevi disprezzare quelle sudicerie. Eravamo noi che dovevamo farci vivi. Ma siamo stati pochi a farci vivi!”.

Ormai, a giudizio di Salvemini, nell’Italia del dopoguerra “nessuno più si sdegna di niente”. “Tutto – commenta rassegnato – passa liscio come una lettera alla posta. Questo è il fenomeno che più mi sgomenta oggi. Sì, il governo, quando vuole, può arginare il malcostume. Ma chi si muove per svegliarlo quando dorma? Voi vi muovete, ma vi muovete sempre, e nessuno bada a voi. Siamo noi che ci dobbiamo muovere, al momento opportuno. Ma noi ci guardiamo l’ombelico. Di quante cose mi piacerebbe parlare con te a cuore aperto! Ma i miei 82 anni mi incatenano qui: ad allontanarmene farei dei guai. Mille buoni saluti, e ti prego, non darmi del ‘Lei’. Non ho ancora fatto nessuna cattiva azione (a parte la mia ‘ideologia’)” (2).

Il fondo personale di Bruno Trentin conserva una fitta corrispondenza tra Salvemini, Bruno, Franca e Giorgio Trentin. Nell’aprile del 2009, Iginio Ariemma pubblica all’interno del volume “Bruno Trentin tra il partito d’azione e il partito comunista”, edito dall’Ediesse, un vero gioiello conservato presso l’Archivio storico Cgil nazionale: una lettera di Bruno Trentin a Gaetano Salvemini del 14 ottobre 1952. Si tratta di una lunga missiva che trae spunto da un articolo su Il Mondo del professore, amico di suo padre e che Bruno aveva conosciuto a New York nel 1947, sul caso Angelo Tasca, accusato di doppiogiochismo e che Salvemini invece assolve e giustifica, al contrario di Bruno e dei suoi fratelli. Nella lettera, Trentin, oltre a contestare la posizione di Salvemini su Tasca, illustra la sua visione della Resistenza.

Il mese precedente, il 16 settembre 1952, Salvemini aveva scritto a Franca “per tutti” (a differenza della risposta di Trentin, la lettera di Salvemini è totalmente inedita): “[…] Tasca fece il doppio gioco – voi dite (3) – e sputate addosso al doppio gioco. Io non ho temperamento da fare doppio gioco. Ma purtroppo ho fatto pratica della vita. E dico che se nessuno avesse fatto doppio gioco né in Italia né in Francia dal 1940 al 1945, Hitler e Mussolini dominerebbero oggi il mondo. In Roma metà della popolazione fece doppio gioco dall’autunno del 1943 alla primavera del 1944. Il movimento dei partigiani in Italia sarebbe stato impossibile, se i partigiani non fossero stati favoriti dal doppio gioco di chi si teneva a contatto coi tedeschi […]”.

Tasca, si legge ancora nella lettera di Salvemini, “dimostra coi documenti che fece il doppio gioco di chi combatteva Hitler, Mussolini e Pétain, non di costoro. Che abbia fatto questo secondo doppio nessuno può dimostrare; ma lui può dimostrare di avere fatto il primo […]. Il nostro Trentin condannava allora Tasca. Aveva allora ragione […]. Anch’io ebbi su Tasca informazioni catastrofiche dagli amici che vennero in America dopo il disastro del giugno 1940. Fui profondamente scosso da quelle accuse. E non appena, nel 1945, mi fu possibile scrivere a Tasca, gliele contestai senza complimenti. Egli mi mostrò i documenti della sua attività. E io gli ridetti la mia stima e la mia amicizia. Badate che io ammetto – e l’ho ammesso su Il Mondo – che nell’estate del 1940, quando pareva che tutto il vecchio mondo europeo fosse uscito dai cardini, Tasca ebbe una crisi di smarrimento, e di disorientamento, e sperò che intorno a Pétain si potesse riorganizzare una resistenza contro la Germania. Ma la crisi durò poco. E ben presto l’uomo prese il posto che doveva nella lotta contro Hitler, Pétain e C. […]” (leggi tutto).

LA RISPOSTA DI TRENTIN

Salvemini morirà a Sorrento il 6 settembre 1957. Nell’ottobre 1961 la salma sarà trasferita da Sorrento a Firenze. Nonostante l’antica ruggine, Trentin darà “la sua più calda adesione alla iniziativa promossa per onorare la memoria di Gaetano Salvemini”, definendosi onorato di far parte del comitato promotore e impegnandosi a partecipare alla cerimonia (leggi).

(1) Il Mondo, 15 novembre 1955, p. 6
(2) Anita Di Vittorio, “La mia vita con Di Vittorio”, Vallecchi editore, Firenze 1965, pp. 252-253
(3) Il 26 luglio 1952 Bruno, Giorgio e Franca scrivono a Mario Pannunzio, direttore de Il Mondo

Ilaria Romeo
Ilaria Romeo è responsabile Archivio storico Cgil nazionale

(Pubblicato su http://www.rassegna.it/articoli/delitto-rosselli-quando-salvemini-difese-di-vittorio)