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Ernesto Rossi (1897-1967): onestà e rigore le virtù perdute della politica

“Tra gli autori del Manifesto di Ventotene che anticipò il progetto europeo.
A cinquant’anni dalla morte, Stefano Rodotà ricorda il suo maestro.” L’articolo, a firma di Michele Serri, è stato pubblicato sul quotidiano La Stampa il 31 gennaio scorso.

di Fondazione Salvemini Rossi | 2 febbraio 2017

Perché siamo stati capaci di guardare così lontano? Vicino a noi non c’era niente: dovevamo per forza avere una visuale in grado di superare la linea dell’orizzonte delimitata da sassi e mare»: così, con ironia, Ernesto Rossi illustrava a un giovane interlocutore, Stefano Rodotà, l’origine del celebre Manifesto di Ventotene. «Era una necessità l’andare oltre», diceva il noto antifascista minimizzando la scelta fatta con Altiero Spinelli, Ursula Hirschmann ed Eugenio Colorni – durante il periodo trascorso al confino sull’isola di Ventotene – di mettere nero su bianco il sogno del federalismo europeo.

Il 9 febbraio saranno i 50 anni dalla morte di Rossi e il 25 agosto i 120 dalla sua nascita e oggi Rodotà ricorda con un pizzico di rammarico i suoi incontri con l’autore de I padroni del vapore: «Mi dispiace non aver mai registrato le nostreconversazioni che riguardavano la politica italiana, la Confindustria, le lotte operaie», spiega il giurista e politico che conobbe il fustigatore del malcostume italiano nella redazione del settimanale Il Mondo a cui Rodotà aveva appena cominciato a collaborare. Rossi fu un importante esponente del Partito d’Azione. Tra i fondatori del PartitoRadicale, agguerrito militante a fianco di Marco Pannella nelle lotte per i diritti civili rifiutò nel neonato organismo politico ogni carica direttiva.Come mai? «Non amava i ruoli istituzionali. Nei rapporti umani era diretto e sincero e io, quando lo conobbi, ero un neolaureato pieno di curiosità», rammenta il professore che aderì anche lui al Partito Radicale. «Quando gli ponevo qualche quesito dava l’impressione di essere indaffarato, di non voler mai perderetempo. Ma era solo l’apparenza: si spendeva molto, era generoso e disponibile».

Il 25 marzo si celebreranno i 60 anni dalla firma dei Trattati di Roma che sono stati il battesimo della grande famiglia europea. Già allora Rossi deprecava l’assenza d’integrazione tra gli Stati del Vecchio Continente e la cecità delle sue classi dirigenti. Sono ancora valide le sue indignazioni?

«Per anni il Manifesto è stato dimenticato. Eppure era un testo che non permetteva nessuna banalizzazione. Non era un generico auspicio ma un concreto progetto politico che metteva insieme la cultura liberale con quella socialista e si confrontava polemicamente con i comunisti. Auspicava il rinnovamento sociale e l’eliminazione delle diseguaglianze», osserva Rodotà che è stato anche tragli estensori della carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea. «Adesso il “Manifesto” è spesso tirato in ballo ma in forma retorica: così è avvenuto durante l’incontro tra Matteo Renzi, François Hollande e Angela Merkel quando hanno deposto “fiori europei” a Ventotene».

Spadaccino dal pizzetto pepe e sale, Rossi infilzava le tonache svolazzanti Oltretevere, l’illegalità, «le cricche e le clientele» della classe politica ed esortava ad «abolire la miseria». Sono superate queste disamine? «Per nulla. Era molto severo con se stesso. E dunque lo era anche con gli altri. Cominciammo a incontrarci assai di frequente nei pressi di corso Francia dove entrambi eravamo andati ad abitare, e poi lo vidi spesso alla rivista Astrolabio a cui davo il mio apporto. Sapeva mettersi in discussione: parte-cipò come volontario alla prima guerra mondiale e scrisse per il Popolo d’Italia di Benito Mussolini. A salvarlo, diceva, fu Gaetano Salvemini che gli “ripulì il cervello”. La sua attività clandestina contro il regime gli costò una condanna a 20 anni di reclusione».

Rossi scelse come punto di riferimento l’opera di Piero Gobetti, anche lui un grande moralista. Nominato nel dopoguerra presidente di un’azienda, l’Arar, Rossi chiese, per esempio, che la sua indennità non fosse superiore al suo stipendio di docente negli istituti superiori e fu il dirigente di alto livello meno pagato della penisola. Era accanito contro la corruzione: «Molti degli espedienti usati dagli uomini politici per finanziare i partiti non possono essere messi in pratica senza la connivenza dei funzionari preposti ai più importanti sevizi pubblici e così i più alti papaveri della burocrazia romana diventano intoccabili», scriveva. Voleva essere un modello? «Al contrario. Non si poneva affatto come un esempio ma le sue prese di posizione ancora oggi segnano una strada che bisogna percorrere. Ricordare Rossi vuol dire aver presente l’articolo 54 della Costituzione:

«I cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore». Quando parlo con giovani e studenti il loro rammarico maggiore è che laparola «onore» attualmente sia venuta a mancare. Chi ha vent’anni o giù di lì percepisce quest’assenza come una grave perdita. Il pensiero e l’esempio di Rossi incarnano gli anticorpi contro le distorsioni della nostra epoca».

Mirella Serri

da La Stampa del 31 gennaio 2017

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